Thegiornalisti – Love: Recensione | Audio | Tracklist

C’erano una volta i Thegiornalisti, la band romana, il cui album Completamente fece innamorare milioni di italiani, con le sue atmosfere nostalgiche, suoni anni ottanta, testi che riportavano ai lunghi viaggi in macchina fatti con i genitori.

Poi sono arrivati il successo, le collaborazioni, i tormentoni estivi.
Disclaimer: non voglio fare il solito barboso che ora li odia perché sono diventati commerciali e non più indie.
Non me ne frega nulla delle etichette.
Il fatto di chiamarli indie già agli esordi era fuorviante, ma anche all’estero abbiamo esempi di band che sono stati incorrettamente categorizzati come tali, tipo gli Imagine Dragons.

Se dovessi fare un paragone per descrivere i Thegiornalisti, userei Il Diavolo Veste Prada.

Prendete il personaggio di Anne Hathaway, Andy, che prima era brava, buona, un po’ sfigatella e completamente fuori contesto.
Poi arriva la trasformazione, i lustrini, il glamour e il lusso che la cambiano, anche se poi in fondo rimane la stessa.

Ecco i Thegiornalisti del terzo album sono nella fase lustrini.

Ho ascoltato Love cercando di non avere pregiudizi dopo i disagi che Riccione e Felicità Puttana mi hanno provocato.

Ad aprire una pomposa Overture orchestrale, quasi da film di altri tempi, che però non si aggancia benissimo al brano di apertura, Zero Stare Sereno. In realtà la canzone non mi dispiace, parte con bene con la strofa in puro stile Paradiso nella melodia e nel testo e poi esplode in un ritornello super radio-friendly.
Il problema è la citazione semmai di Albachiara del Blasco. Quella parte strumentale ti fa cambiare il ritmo cardiaco, qui sembra la versione midi per il karaoke.

Segue il singolo New York, che fa il suo dovere ma non decolla.

Comincio a storcere il naso quando parte Una Casa Al Mare, tamarrissima, con arrangiamento di quelli che vanno di moda e che riporta subito all’ultimo Luca Carboni.
Bella Controllo, ballata che ti aspetti dai Thegiornalisti, purtroppo arrangiata come un brano di un qualunque ex-concorrente di Amici.

Il meglio, secondo il mio modesto, anonimo, parere arriva con la title-track, Love.
I fiati nell’intro alla Venditi, la chitarra che rimanda a Vasco sulla strofa e synth delicati sul ritornello iper-melodico.
Una volta raggiunto il punto più alto del disco, segue il peggiore. E no, non è Felicità Puttana, ma Milano – Roma, brano dall’indole dance, che finisce per sembrare una versione tarocca di un Gigi D’Agostino o di un Gabry Ponte.

Fortuna che si riprendono L’Ultimo Giorno Sulla Terra, ballata che ti si incolla in testa con un bell’arrangiamento quasi Synth-Wave.

Chiude il ciclo Dr. House che si riaggancia all’Overture, con gli archi in primo piano su un testo dove Paradiso rievoca tutti i suoi riferimenti.

Love non sarebbe un brutto disco, ma sente il peso di essere ormai rivolto ad un pubblico amplissimo e soffre di iper-produzione e cadute di stile.
Quello che manca – e continuo a dirlo – è la spontaneità e la pancia dei primi dischi, la semplicità dei suoni, ora troppo carichi e troppo plasticosi, uguali a tanti altri dischi italiani usciti negli ultimi anni.

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